Berlusconi elogia il condannato per concorso esterno in associazione mafiosa M.Dell'Utri, suo amico, cofondatore di Forza Italia ed attacca i giudici.


Nel video proposto sopra, Berlusconi elogia con forza, fermezza e perentorietà il suo amico intimo e di infanzia, collaboratore, braccio destro e cofondatore del partito politico Forza Italia. Attacca inoltre i giudici che lo hanno condannato, affermando che le persone da recuperare sono loro.
Chi è Marcello Dell'Utri?

  • Condannato in Cassazione per false fatture e frode fiscale a due anni e tre mesi di reclusione (patteggiando la pena ed usufruendo dello sconto di pena pari ad un terzo) a Torino
  • È stato condannato in primo grado a Milano a due anni di reclusione per tentata estorsione ai danni di Vincenzo Garraffa (imprenditore trapanese), con la complicità del boss Vincenzo Virga (trapanese anche lui). Il 15 maggio 2007 la terza corte d'appello di Milano conferma la condanna a due anni.
    « (...). È significativo che Dell'Utri, anziché astenersi dal trattare con la mafia (come la sua autonomia decisionale dal proprietario ed il suo livello culturale avrebbero potuto consentirgli, sempre nell'indimostrata ipotesi che fosse stato lo stesso Berlusconi a chiederglielo), ha scelto, nella piena consapevolezza di tutte le possibili conseguenze, di mediare tra gli interessi di Cosa nostra e gli interessi imprenditoriali di Berlusconi (un industriale, come si è visto, disposto a pagare pur di stare tranquillo) »
  • Il 10 Aprile 2008 il PG della Cassazione ha chiesto l'annullamento, con rinvio, della condanna a 2 anni inflitta al parlamentare Marcello Dell'Utri, ritenendo "inutilizzabili" alcune dichiarazioni accusatorie. La Corte di Cassazione, II sezione penale, accoglie la richiesta, annullando la sentenza di appello con rinvio ad altra sezione
  • Le indagini iniziano nel 1994 con le prime rivelazioni che confluiscono nel fascicolo 6031/94 della Procura di Palermo.
    Il 9 maggio 1997 il gip di Palermo rinvia a giudizio Dell'Utri, e il processo inizia il 5 novembre dello stesso anno.
    In data 11 dicembre 2004, il tribunale di Palermo ha condannato Marcello Dell'Utri a nove anni di reclusione con l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Il senatore è stato anche condannato a due anni di libertà vigilata, oltre all'interdizione perpetua dai pubblici uffici e il risarcimento dei danni (per un totale di 70.000 euro) alle parti civili, il Comune e la Provincia di Palermo.

    Nel testo che motiva la sentenza si legge: http://www.narcomafie.it/sentenza_dellutri.pdf
    "La pluralità dell'attività posta in essere da Dell'Utri, per la rilevanza causale espressa, ha costituito un concreto, volontario, consapevole, specifico e prezioso contributo al mantenimento, consolidamento e rafforzamento di Cosa nostra, alla quale è stata, tra l'altro offerta l'opportunità, sempre con la mediazione di Dell'Utri, di entrare in contatto con importanti ambienti dell'economia e della finanza, così agevolandola nel perseguimento dei suoi fini illeciti, sia meramente economici che politici. "
  • Imputato a Palermo per calunnia aggravata ai danni di alcuni pentiti, è stato successivamente assolto dopo che in primo grado era stato condannato a 9 anni. Secondo l'accusa avrebbe organizzato un complotto con dei falsi pentiti per screditare dei veri pentiti che accusavano lui ed altri imputati. Per questa accusa, il gip di Palermo dispose l'arresto (per un'azione, come giudicò poi il tribunale d'appello in via definitiva, mai avvenuta) di Dell'Utri nel 1999, ma il Parlamento lo bloccò.
    Il giudici della quinta sezione di Palermo hanno assolto Marcello Dell'Utri, «per non avere commesso il fatto» in base all'art. 530, secondo comma del codice di procedura penale, dall'accusa di calunnia aggravata, era stato accusato di aver organizzato una combine con alcuni pentiti, per screditare tre collaboratori di giustizia che lo accusavano nel processo per concorso esterno in associazione mafiosa.
    La Procura aveva chiesto una condanna di 7 anni.

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Estratto Capitolo 1°della sentenza del Tribunale di Palermo (fonte: http://www.narcomafie.it/articoli_2005/dos_09_2005.htm)
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L’arrivo di Mangano ad Arcore.
[…] Alla stregua delle emergenze probatorie finora richiamate, costituisce un dato sostanzialmente non più contestabile (stante le sostanziali ammissioni provenienti dai soggetti direttamente protagonisti della vicenda) l’arrivo di Mangano ad Arcore per intermediazione dell’imputato Dell’Utri e del coimputato Cinà, come pure le particolari mansioni che il Mangano medesimo era stato chiamato a svolgere in quella tenuta.

Questi innegabili dati di fatto, considerata la particolare caratura criminale che in quegli anni Mangano stava assumendo, per la fitta trama di rapporti con personaggi di spicco all’interno della organizzazione mafiosa “cosa nostra” e operanti in quel periodo nel milanese (si tratta, anche in questo caso, di acquisizioni probatorie in parte definitivamente accertate anche in altri procedimenti e che sostanzialmente non possono essere più messe in discussione, sulle quali ci si soffermerà in modo più specifico in altra parte della sentenza), rimarrebbero privi di una ragionevole spiegazione ove si trascurasse di tenere conto di un particolare “modus operandi”, negli anni ’70, della criminalità organizzata di stanza a Milano.
Trattasi di numerosi sequestri di persona a scopo di estorsione, posti in essere in quel periodo, in relazione ai quali si deve univocamente intendere (come peraltro è dato leggere tra le righe delle dichiarazioni dello stesso imputato, sopra richiamate), la funzione di “garanzia e protezione “ che Mangano era chiamato a svolgere, a tutela della sicurezza del suo datore di lavoro e dei suoi più stretti familiari, in un momento in cui si era deciso il trasferimento di Berlusconi nella tenuta di Arcore, appena acquistata, trasferimento che in sé comportava inevitabili ricadute in termini di sicurezza anche per i familiari dell’imprenditore rispetto alla precedente sistemazione milanese.
Un canale di collegamento. […] Tutte le considerazioni che precedono non lasciano residuare alcun dubbio circa la “mediazione” concretamente svolta dagli odierni imputati i quali, costituendo uno specifico canale di collegamento tra l’organizzazione mafiosa “cosa nostra” (nella persona del suo più importante esponente dell’epoca, Stefano Bontate) e l’imprenditore milanese Silvio Berlusconi (in evidente e rapida ascesa sulla scena economica di quella ricca regione) hanno con ciò posto in essere una condotta idonea a costituire un consapevole e valido apporto al consolidamento e rafforzamento del sodalizio mafioso, sempre pronto a cercare nuovi canali attraverso i quali riciclare i (già allora) imponenti introiti ricavati dalle attività illecite gestite ma anche, e più semplicemente, nuove fonti di guadagno attraverso la imposizione di indebite esazioni, con la conseguente configurabilità a carico di entrambi gli imputati del reato associativo in contestazione, nei termini che verranno più adeguatamente tratteggiati nella parte della sentenza riservata alle considerazioni conclusive.
Secondo il disegno di Bontate. […] In conclusione, se l’attivo coinvolgimento del Mangano nella organizzazione del sequestro D’Angerio poteva costituire agli occhi di Berlusconi violazione di quel mandato di garante assunto all’atto del suo trasferimento ad Arcore (tanto da indurlo, secondo quanto riferito da Cocuzza, ad un irrigidimento dei suoi rapporti col Mangano), il complesso delle emergenze probatorie finora richiamate lascia chiaramente intendere che questo episodio, in realtà, era destinato ad inserirsi in una più complessa strategia destinata ad avvicinare e legare maggiormente l’imprenditore Berlusconi alla organizzazione criminale, secondo un disegno al quale non appaiono affatto estranei i vertici di quel sodalizio, ed in particolare lo stesso Stefano Bontate, come viene confermato dalla attiva partecipazione al sequestro dei Grado e dello stesso Vernengo Pietro, tutti uomini d’onore della “famiglia” di Santa Maria di Gesù a capo della quale era appunto il Bontate.
Per quanto riguarda il periodo immediatamente successivo al sequestro D’Angerio, è certo che Mangano rimase nella villa di Arcore almeno fino al 27 dicembre 1974, data in cui venne tratto in arresto per scontare una pena di mesi dieci e giorni 15 di reclusione (alla quale era stato condannato per il reato di truffa) e in quel luogo fece ritorno quando venne scarcerato il 22 gennaio 1975.
Gli elementi che si ricavano dalle emergenze processuali non sono invece univoci nel dimostrare il successivo periodo di permanenza del Mangano nella villa di Arcore e non consentono di datare con certezza il suo allontanamento.
[…] Peraltro, è bene non dimenticare che il dato concernente l’allontanamento di Mangano da Arcore non riguarda la posizione dell’imputato Dell’Utri, il quale non ha mai interrotto i suoi rapporti con il Mangano, pur essendo ben consapevole, alla luce delle sue stesse ammissioni, della caratura criminale del personaggio.

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CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE SENTENZA (fonte: http://www.narcomafie.it/sentenza_dellutri.pdf pag.1757)
E’ tempo, ormai, per il Collegio di formulare le definitive valutazioni sulle posizioni processuali dei due imputati, già vagliate in occasione della disamina dei singoli temi di prova, traendo spunto dall’esame dell’enorme mole di elementi di prova acquisiti all’esito di una indagine dibattimentale lunga, difficile, complessa ed articolata.

Nel contraddittorio di tutte le parti processuali e nel pieno rispetto del principio costituzionale del “giusto processo”, sono state raccolte le prove che consentono al Collegio di affermare la penale responsabilità degli imputati in ordine ai reati loro contestati, imponendo la condanna di entrambi a severe pene detentive.
Sono stati ammessi ed espletati mezzi di prova, quali: testimonianze di persone venute in contatto con i due imputati e di ufficiali di p.g. incaricati di svolgere complesse e delicate indagini sul cui esito hanno riferito in udienza; esami di numerosi collaboratori di giustizia, sentiti in qualità di imputati in un procedimento connesso ex art. 12 c.p.p., i quali hanno reso circostanziate dichiarazioni accusatorie, ritenute attendibili, sul conto dei due prevenuti ricordando episodi specifici e significativi agli stessi relativi, dei quali, in alcuni casi, erano sono stati testimoni diretti;
due consulenze finanziarie redatte dal dott. Francesco Giuffrida su incarico del P.M. e dal prof. Paolo Iovenitti per conto della difesa di Marcello Dell’Utri; una imponente produzione di documenti rappresentativi di fatti, persone e cose mediante la fotografia e filmati televisivi.
Sono state acquisite le risultanze di mezzi di ricerca della prova, quali: perquisizioni nei luoghi di pertinenza anche di Marcello Dell’Utri; intercettazioni telefoniche ed ambientali di conversazioni effettuate, anche molto tempo addietro, nell’ambito di questo ed altri procedimenti penali; sequestri di cose pertinenti ai reati per i quali si procede e di documenti presso istituti di credito.
L’indagine dibattimentale ha avuto ad oggetto fatti, episodi ed avvenimenti dipanatisi nell’arco di quasi un trentennio e cioè dai primissimi anni ‘70 sino alla fine del 1998, quando il dibattimento era in corso da circa un anno, ed ha esplorato le condotte tenute dai due prevenuti in tale notevole lasso di tempo ed, in particolare, ha analizzato l’evolversi della carriera di Marcello Dell’Utri da giovane laureato in giurisprudenza a modesto ma ambizioso impiegato di un istituto di credito di un piccolo paese della provincia di Palermo, a collaboratore dell’amico Silvio Berlusconi (sirena al cui richiamo non aveva saputo resistere rinunciando ad un sicuro posto in banca ed allontanandosi definitivamente dalla natia Palermo), ad amministratore di una impresa in stato di decozione del gruppo facente capo a Filippo Alberto Rapisarda (con il quale ha intrattenuto, per sua stessa ammissione, un rapporto di amore-odio), a ideatore e creatore della fortunata concessionaria di pubblicità PUBLITALIA, polmone finanziario della FININVEST, ad organizzatore del nascente movimento politico denominato “Forza Italia”, a deputato nazionale nel 1996, a parlamentare europeo nel 1999 ed, infine, a senatore della Repubblica nel 2001.
Ad avviso del Collegio, l’accurata e meticolosa indagine dibattimentale ha consentito di acquisire inoppugnabili elementi di riscontro alle condotte (anche se non a tutte, come già si è avuto modo di rilevare) contestate ai due imputati e dettagliatamente descritte nei capi di imputazione.
In particolare, Tanino Cinà è stato rinviato a giudizio davanti questo Tribunale per rispondere dell’addebito di avere “…fatto parte dell’associazione mafiosa denominata “cosa nostra”o per risultare, comunque, stabilmente inserito nella detta associazione”.
L’accusa ha trovato granitica conferma, come si è già avuto modo di evidenziare nelle parti della sentenza dedicate al vaglio delle condotte del Cinà, nelle inequivoche ed incontrovertibili risultanze dell’indagine dibattimentale dalle quali è emerso, attraverso l’acquisita prova delle sue condotte, che l’imputato, pur non risultando mai formalmente “iniziato”, è stato, di fatto, un membro della famiglia mafiosa di Malaspina, un gruppo di “uomini d’onore” avente “giurisdizione” sul territorio di quel quartiere palermitano, ed è stato, per lungo tempo, al servizio attivo di “cosa nostra” che lo ha “utilizzato” per il conseguimento dei suoi fini illeciti.
Ed invero, sebbene la sua qualità di “uomo d’onore” posato (per asserite questioni familiari) non è rimasta provata anche alla luce delle attendibili dichiarazioni di Di Carlo Francesco e Galliano Antonino, l’imputato Cinà Gaetano ha intrattenuto stretti e continui rapporti con numerosi uomini di “cosa nostra” e non gli sono mai venute meno la fiducia e la grande considerazione di esponenti di spicco di quella associazione criminale, i quali erano ben consapevoli del suo antico rapporto di amicizia con Marcello Dell’Utri (sempre ammesso da entrambi gli imputati) che
avrebbe loro consentito di “utilizzare” lo stesso Dell’Utri come indispensabile tramite per avvicinarsi ad un imprenditore milanese del calibro di Silvio Berlusconi.
E’ rimasta, dunque, inconfutabilmente raggiunta la prova non solo dell’inserimento di fatto del Cinà nella “famiglia” di Malaspina e, quindi, in “cosa nostra”, associazione per delinquere di tipo mafioso, ma anche la prova di condotte di partecipazione consistenti in importanti, continui e volontari apporti causali al mantenimento in vita di quel sodalizio, tra le quali basta ricordare la riscossione ed il versamento nelle casse di “cosa nostra” della somma di denaro erogata per diversi anni dalla FININVEST e l’iniziale partecipazione all’assunzione ad Arcore di Vittorio Mangano con l’avallo dei capimafia Bontate e Teresi.
A Marcello Dell’Utri è stato fatto carico del reato di concorso esterno in associazione di tipo mafioso, secondo la sostanziale differenza e distinzione sussistente, come si è evidenziata in altra parte della motivazione, tra la condotta del concorrente e quella del partecipe.
Gli elementi probatori emersi dall’indagine dibattimentale espletata hanno consentito di fare luce: sulla posizione assunta da Marcello Dell’Utri nei confronti di esponenti di “cosa nostra”, sui contatti diretti e personali con alcuni di essi (Bontate, Teresi, oltre a Mangano e Cinà), sul ruolo ricoperto dallo stesso nell’attività di costante mediazione, con il coordinamento di Cinà Gaetano,
tra quel sodalizio criminoso, il più pericoloso e sanguinario nel panorama delle organizzazioni criminali operanti al mondo, e gli ambienti imprenditoriali e finanziari milanesi con particolare riguardo al gruppo FININVEST; sulla funzione di “garanzia” svolta nei confronti di Silvio Berlusconi, il quale temeva che i suoi familiari fossero oggetto di sequestri di persona, adoperandosi per l’assunzione di Vittorio Mangano presso la villa di Arcore dello stesso Berlusconi, quale “responsabile” (o “fattore” o “soprastante” che dir si voglia) e non come mero “stalliere”, pur conoscendo lo spessore delinquenziale dello stesso Mangano sin dai tempi di Palermo (ed, anzi, proprio per tale sua “qualità”), ottenendo l’avallo compiaciuto di Stefano Bontate e Teresi Girolamo, all’epoca due degli “uomini d’onore” più importanti di “cosa nostra” a Palermo; sugli ulteriori rapporti dell’imputato con “cosa nostra”, favoriti, in alcuni casi, dalla fattiva opera di intermediazione di Cinà Gaetano, protrattisi per circa un trentennio nel corso del quale Marcello Dell’Utri ha continuato l’amichevole relazione sia con il Cinà che con il Mangano, nel frattempo assurto alla guida dell’importante mandamento palermitano di Porta Nuova, palesando allo stesso una disponibilità non meramente fittizia, incontrandolo ripetutamente nel corso del tempo, consentendo, anche grazie a Cinà, che “cosa nostra” percepisse lauti guadagni a titolo estorsivo dall’azienda milanese facente capo a Silvio Berlusconi, intervenendo nei momenti di crisi tra l’organizzazione mafiosa ed il gruppo FININVEST (come nella vicenda relativa agli attentati ai magazzini della Standa di Catania e dintorni), chiedendo al Mangano ed ottenendo favori dallo stesso (come nella “vicenda Garraffa”) e promettendo appoggio in campo politico e giudiziario.
Queste condotte sono rimaste pienamente ed inconfutabilmente provate da fatti, episodi, testimonianze, intercettazioni telefoniche ed ambientali di conversazioni tra lo stesso Dell’Utri e Silvio Berlusconi, Vittorio Mangano, Gaetano Cinà ed anche da dichiarazioni di collaboratori di giustizia; la pluralità dell’attività posta in essere, per la rilevanza causale espressa, ha costituito un concreto, volontario, consapevole, specifico e prezioso contributo al mantenimento, consolidamento e rafforzamento di “cosa nostra” alla quale è stata, tra l’altro, offerta l’opportunità, sempre con la mediazione di Marcello Dell’Utri, di entrare in contatto con importanti ambienti dell’economia e della finanza, così agevolandola nel perseguimento dei suoi fini illeciti, sia meramente economici che, lato sensu, politici.
Non c’è dubbio alcuno, alla luce delle considerazioni che precedono e di tutto quanto oggetto di analisi nei singoli capitoli ai quali si rinvia, che le condotte tenute dai prevenuti si sussumono nelle fattispecie previste e sanzionate dagli artt. 416 e 416 bis c.p. delle quali ricorrono tutti gli elementi costitutivi.
Ma ricorrono, anche, le contestate aggravanti di cui ai commi 4° e 6° dell’art. 416 bis c.p.
Ed invero, la sussistenza di tali aggravanti va ritenuta qualora il reato de quo sia contestato agli appartenenti ad una “famiglia” aderente a “cosa nostra” od al concorrente esterno, in quanto l’esperienza storica e giudiziaria consentono di ritenere il carattere armato di detta
organizzazione criminale (Cass. 14.12.99, D’Ambrogio, CP 01,845) e la sua prerogativa di operare nel campo economico utilizzando ed investendo i profitti di delitti che tipicamente pone in essere in esecuzione del divisato programma criminoso (Cass. 28.1.00, Oliveti, CED 215908, CP 01, 844).
TRATTAMENTO SANZIONATORIO
Per quanto attiene alla determinazione della pena, tenuti presenti i parametri ed i criteri direttivi di cui all’art. 133 c.p., le condotte di Gaetano Cinà, consapevoli e reiterate nel tempo, devono essere sanzionate con una pena che il Collegio ritiene congruo quantificare in anni sette di reclusione, in considerazione della continuità del suo apporto a “cosa nostra”, alla quale è stato organico nei termini sopra evidenziati, dell’importante risultato, economico e non, conseguito dall’organizzazione, grazie alla sua costante disponibilità, consistita nel coltivare il suo rapporto di amicizia con Marcello Dell’Utri anche in una dimensione illecita e funzionale alle richieste ed esigenze degli uomini d’onore della “famiglia” di riferimento e dei capi del sodalizio.
(pena così determinata:, anni sei, mesi sei di reclusione per il reato di cui all’art. 416 bis c.p. aggravato, aumentata di mesi sei di reclusione ex art. 81 c.p.).
Per quanto attiene a Marcello Dell’Utri, la pena deve essere ancora più severa e deve essere determinata in anni nove di reclusione, dovendosi negativamente apprezzare la circostanza che l’imputato ha voluto mantenere vivo per circa trent’anni il suo rapporto con l’organizzazione mafiosa (sopravvissuto anche alle stragi del 1992 e 1993, quando i tradizionali referenti, non più affidabili, venivano raggiunti dalla “vendetta” di “cosa nostra”) e ciò nonostante il mutare della coscienza sociale di fronte al fenomeno mafioso nel suo complesso e pur avendo, a motivo delle sue condizioni personali, sociali, culturali ed economiche, tutte le possibilità concrete per distaccarsene e per rifiutare ogni qualsivoglia richiesta da parte dei soggetti intranei o vicini a “cosa nostra”.
Si ricordi, sotto questo profilo, anche l’indubitabile vantaggio di essersi allontanato dalla Sicilia fin dagli anni giovanili e di avere impiantato altrove tutta la sua attività professionale.
Ancora, deve essere negativamente apprezzata la già sottolineata importanza del suo consapevole contributo a “cosa nostra”, reiteratamente prestato con diverse modalità, a seconda delle esigenze del momento ed in relazione ai singoli episodi esaminati nei precedenti capitoli.
Inoltre, il Collegio ritiene assai grave la condotta tenuta dall’imputato nel corso del processo, avuto riguardo al tentativo di inquinamento delle prove a suo carico, così come risulta dimostrato dalla disamina della vicenda “Cirfeta-Chiofalo”, come pure la circostanza che egli, contando sulla sua amicizia con Vittorio Mangano, gli abbia chiesto favori in relazione alla sua attività imprenditoriale, come emerge dall’analisi della vicenda “Garraffa”.
Infine, si connota negativamente la sua disponibilità verso l’organizzazione mafiosa attinente al campo della politica, in un periodo storico in cui “cosa nostra” aveva dimostrato la sua efferatezza criminale attraverso la commissione di stragi gravissime, espressioni di un disegno eversivo contro lo Stato, e, inoltre, quando la sua figura di uomo pubblico e le responsabilità connesse agli incarichi istituzionali assunti, avrebbero dovuto imporgli ancora maggiore accortezza e rigore morale, inducendolo ad evitare ogni contaminazione con quell’ambiente mafioso le cui dinamiche egli conosceva assai bene per tutta la storia pregressa legata
all’esercizio delle sue attività manageriali di alto livello.
(pena così determinata: anni otto e mesi sei di reclusione per il reato aggravato di cui all’art. 416 bis c.p., elevata di mesi sei di reclusione per art. 81 c.p.).
I due imputati vanno condannati, altresì, al pagamento in solido delle spese processuali ed il Cinà Gaetano anche a quelle del suo mantenimento in carcere durante la custodia cautelare, nonchè entrambi vanno dichiarati interdetti in perpetuo dai pubblici uffici ed in stato di interdizione legale durante l’esecuzione della pena.
Alla condanna consegue per legge e, in ogni caso, anche in relazione all’intrinseca pericolosità desunta dalle considerazioni che precedono, l’applicazione a ciascuno degli imputati della misura di sicurezza della libertà vigilata per la durata di anni due (tenuta presente la gravità dei reati contestati), da eseguirsi dopo che la pena è stata scontata o è altrimenti estinta.
Infine, entrambi gli imputati vanno condannati in solido: al risarcimento dei danni, da liquidarsi in separata sede, in favore delle costituite parti civili, Provincia Regionale di Palermo e Comune di Palermo, rigettando le richieste di pagamento di provvisionali immediatamente esecutive; al pagamento delle spese processuali sostenute dalle medesime parti civili che si liquidano in complessivi euro ventimila per il Comune di Palermo ed euro cinquantamila per la Provincia di Palermo, somme comprensive di onorari e spese.
In considerazione della particolare complessità della stesura della motivazione, dovuta alla gravità delle imputazioni ed alla notevolissima mole degli atti processuali acquisiti, si indica in novanta giorni il termine per il deposito della sentenza.
P.Q.M.
Visti gli artt. 110, 416, 416 bis C.P., 533, 535 C.P.P.;
DICHIARA
DELL’UTRI MARCELLO e CINA’ GAETANO colpevoli dei reati loro rispettivamente contestati e, ritenuta la continuazione tra gli stessi,
CONDANNA
DELL’UTRI MARCELLO alla pena di anni nove di reclusione e CINA’ GAETANO alla pena di anni sette di reclusione ed entrambi, in solido, al pagamento delle spese processuali, nonché il CINA’ anche a quelle del proprio mantenimento in carcere durante la custodia cautelare.
Visti gli artt. 28, 29,32 e 417 c.p.,
DICHIARA
Entrambi gli imputati interdetti in perpetuo dai pubblici uffici, nonché in stato di interdizione legale durante l’esecuzione della pena.
APPLICA
A ciascuno degli imputati la misura di sicurezza della libertà vigilata per la durata di anni due, da eseguirsi a pena espiata.
Visti gli artt. 539 e 541 c.p.p.,
CONDANNA
Entrambi gli imputati in solido al risarcimento dei danni in favore delle costituite parti civili, Provincia Regionale di Palermo e Comune di Palermo, da liquidarsi in separato giudizio, rigettando le richieste di pagamento di provvisionali immediatamente esecutive.
Condanna, infine, gli imputati in solido al pagamento delle spese sostenute dalle medesime parti civili che liquida in complessivi euro ventimila per il Comune di Palermo ed euro cinquantamila per la Provincia Regionale di Palermo, somme comprensive di onorari e spese.
Visto l’art. 544, comma 3, C.P.P.,
indica in giorni novanta il termine per il deposito della sentenza.
Palermo, 11 dicembre 2004.
I GIUDICI ESTENSORI
Gabriella Di Marco
Giuseppe Sgadari
Il PRESIDENTE
L. Guarnotta

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Intercettazione telefonica tra Berlusconi ed Agostino Saccà


Parte dell'intercettazione telefonica tra Berlusconi e Saccà (vicedirettore di RaiDue dal 1987 al 1989, responsabile comunicazione Rai 1995-1996, poi vicedirettore nel 1998 e direttore di RaiUno dal periodo che va dal 1999 al 2000 e dal 2001 al 2002).
E' stato inoltre nominato direttore generale della Rai il 14 Marzo 2002
Dal 22 aprile 2003 è direttore di Rai Fiction.

L'intercettazioni sono partite da un'inchiesta in cui Berlusconi è accusato di corruzione.
AGGIORNAMENTI: TUTTE LE INTERCETTAZIONI, SILVIO SEGRETO


PAROLE CHIAVI: AGOSTINO SACCA'

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AGOSTINO SACCA' (Articolo completo di relative fonti: http://it.wikipedia.org/wiki/Agostino_Sacc%C3%A0)
>>Biografia<<
Laureato in Scienze politiche, ha lavorato come giornalista a Panorama (1973-1975) e poi alla Rai, al Giornale Radio (1976-1979) e al TG3 (1979-1987).

Come dirigente televisivo è stato vicedirettore di RaiDue (1987-1989), responsabile della comunicazione Rai (1995-1996), vicedirettore (1998) e poi direttore di RaiUno (1999-2000 e 2001-2002).
Il 14 marzo 2002 è stato nominato direttore generale della Rai.
Dal 22 aprile 2003 è direttore di Rai Fiction.

Entrato in Rai nel 1976, Agostino Saccà ha scalato uno dopo l'altro tutti i gradini della carriera, grazie al suo trasversalismo politico che gli ha permesso di passare indenne attraverso le varie gestioni della Rai[citazione necessaria] a cominciare da quella socialista, poi quella dei cosiddetti "professori", quindi quella dell'Ulivo fino a raggiungere i vertici dell'azienda col governo di Silvio Berlusconi, dichiarando pubblicamente: "io voto Forza Italia con tutta la mia famiglia"[1].

Nel 2002 il Dg Saccà insieme al direttore di RaiUno Fabrizio Del Noce, chiude la trasmissione Il Fatto di Enzo Biagi, circostanza che suscitò polemiche anche in relazione all' editto bulgaro ed alla chiusura del programma di Michele Santoro.

Nel dicembre 2007 è stata divulgato l'audio di una intercettazione telefonica di un dialogo tra Saccà e Silvio Berlusconi, allora capo dell'opposizione, che ha provocato reazioni di scandalo nei media[2]. L'intercettazione proveniva da un inchiesta della procura di Napoli che vedeva Berlusconi indagato per corruzione[3].

Nella telefonata si ascolta Saccà esprimere una posizione di appassionato appoggio politico a Berlusconi criticare il comportamento degli alleati. Berlusconi sollecita Saccà a mandare in onda una trasmissione voluta da Umberto Bossi e Saccà si lamenta del fatto che ci sono persone che hanno diffuso voci su questo accordo provocandogli problemi. Berlusconi poi chiede a Saccà di dare una sistemazione in una fiction ad una ragazza spiegando in modo molto esplicito che questo servirebbe per uno scambio di favori con un senatore della maggioranza che lo aiuterebbe a far cadere il governo. Saccà saluta esortando Berlusconi a impadronirsi della maggioranza quanto prima possibile.[4]

In seguito a questo episodio il 13 dicembre 2007 Saccà si è autosospeso dall'incarico nonostante nessuna delle attrici segnalate avesse poi lavorato. Berlusconi, in seguito alla pubblicazione dei testi delle telefonate, dichiara: "lo sanno tutti nel mondo dello spettacolo, in certe situazioni, in Rai, si lavora soltanto se ti prostituisci oppure se sei di sinistra".[5]

Saccà ha pubblicamente ammesso: "Così mi sono comportato per questa ed altre segnalazioni che mi sono arrivate dall’on. Berlusconi. Ricordo che mi ha segnalato nell’ultimo anno due o tre persone, tra le quali attori maschi, anzi con questi ultimi arriviamo a quattro-cinque. Tra le donne ricordo tale Gaggioli, Elena Russo, Antonella Troise, Evelina Manna, Vittoria Ferranti".[6]

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L'inchiesta di Napoli su sospette tangenti agli amministratori Rai
Randazzo racconta: mi è stato offerto di fare il vice ministro

Televisione e mercato dei senatori
Berlusconi indagato per corruzione
SILVIO Berlusconi è indagato dalla procura di Napoli per la corruzione di Agostino Saccà, presidente di RaiFiction e - seconda ipotesi di reato - per istigazione alla corruzione del senatore Nino Randazzo e di altri senatori della Repubblica, "in altri episodi non ancora identificati". Una storia che corre - circostanza davvero inconsueta per il Cavaliere - sul filo di un telefono (intercettato) dell'alto dirigente del servizio pubblico e trova una sua concreta evidenza nel racconto del senatore eletto dagli italiani di Australia. E' una storia che, al di là degli esiti giudiziari, ha un'evidente rilevanza politica e si può raccontare così. Come tutte le storie che si rispettino è avviata dal caso. I pubblici ministeri stanno ficcando il naso su un giro di iperfatturazioni che nasconde la costituzione all'estero di fondi neri.

La ricostruzione dei movimenti finanziari svela che il denaro ritorna - cash - in Italia attraverso la Svizzera. Per i personaggi coinvolti, per i loro contatti nel mondo della fiction e della Rai di viale Mazzini, il sospetto degli investigatori è che quelle somme possano essere o le tangenti destinate ad amministratori del servizio pubblico o "fette di torta" che i produttori televisivi si ritagliano, franco tasse. Al centro dell'attenzione finisce un piccolo produttore di cinema e tv, Giuseppe Proietti, che in passato ha lavorato alla Sacis (la società di produzione e commercializzazione della Rai).

Il suo rapporto con Agostino Saccà è costante e molto intenso. Interrogato dai pubblici ministeri, il presidente di RaiFiction nega di conoscere Proietti così bene. Mal gliene incoglie. Nel periodo delle indagini, Proietti si reca ottantotto volte in viale Mazzini e in quaranta di queste occasioni è in visita da Saccà che ignora di essere finito al centro di un'inchiesta molto invasiva che, come sempre accade in questi casi, ha il suo perno nell'ascolto telefonico. Nel diluvio di comunicazioni del presidente di RaiFiction saltano fuori, per dir così, delle attività che i pubblici ministeri giudicano non coerenti, non corrette, non legittime per un dirigente Rai. Agostino Saccà è molto insoddisfatto della sua collocazione in Rai. Si sente sottovalutato, forse umiliato. Avverte di essere guardato a vista - sì, controllato - dal direttore generale Claudio Cappon. Vuole andare via, lasciare "Mamma Rai" per "mettersi in proprio", creare nei pressi di Lametia Terme, nella sua Calabria, una "città della fiction"; collaborare al "progetto Pegasus", un'iniziativa che vuole consociare le capacità e la qualità dei piccoli produttori televisivi italiani per farne una realtà industriale in grado di competere sul mercato nazionale e internazionale.

Saccà parla molto delle sue idee e dei suoi progetti al telefono. Ne parla soprattutto con il consigliere d'amministrazione della Rai, in quota centro-destra, Giuliano Urbani. Con Urbani, Saccà conviene che in "Pegasus" bisogna far spazio a "un uomo di Berlusconi". Il presidente di RaiFiction ne va a parlare con il Cavaliere. Si incontrano spesso, a quanto pare. E' a questo punto dell'indagine che emerge l'intensa consuetudine dei rapporti tra Berlusconi e Saccà. Secondo fonti attendibili, soprattutto una decina di telefonate dirette tra il giugno e il novembre di quest'anno appaiono illuminanti (Berlusconi chiama e riceve da un cellulare in uso a un suo body-guard). Berlusconi e Saccà discutono della sentenza del Tar che ha bocciato l'allontanamento dal consiglio d'amministrazione della Rai, Angelo Maria Petroni.

Saccà sostiene che i consiglieri del centro-destra non sanno cogliere "le dinamiche positive". Spiega al Cavaliere come e con chi intervenire. Lo sollecita a darsi da fare per eliminare i contrasti che, in consiglio, dividono "i suoi consiglieri". Berlusconi appare a suo agio con il presidente di RaiFiction. Spesso dal "lei" cede alla tentazione di dargli del tu e tuttavia mai Saccà si smuove dal chiamarlo "Presidente". A volte il Cavaliere lo chiama confidenzialmente Agostino. Gli chiede conto del destino del film su Federico Barbarossa: "Sai, Bossi non fa che parlarmene...". Saccà lo rassicura: andrà presto in onda in prima serata. "E allora - dice Berlusconi - dillo alla soldatessa di Bossi in consiglio (Giovanna Clerici Bianchi) così la smette di starmi addosso". Il Cavaliere si fa avanti anche per risolvere qualche suo problema personale e politico. In una telefonata, quasi si confessa alla domanda di Saccà: come sta, presidente? "Socialmente - dice Berlusconi - mi sento come il Papa: tutti mi amano. Politicamente, mi sento uno zero... e dunque per sollevare il morale del Capo, mi devi fare un favore. Vedi se puoi aiutare...". Il Cavaliere fa quattro nomi di candidate attrici: Elena Russo, Evelina Manna, Antonella Troise, Camilla Ferranti (secondo un testimone, il produttore di Incantesimo Guido De Angelis, è la figliola di un medico molto vicino al Cavaliere). Sai, spiega Berlusconi a Saccà, non sono tutte affar mio perché "la Evelina Manni mi è stata segnalata da un senatore del centro-sinistra che mi può essere utile per far cadere il governo". Promette Berlusconi a Saccà: saprò ricompensarla quando lei sarà un libero imprenditore come mi auguro avvenga presto...
Agostino Saccà appare consapevole che la preoccupazione prioritaria del Cavaliere sia la "campagna acquisti" inaugurata al Senato per capovolgere l'esigua maggioranza che sostiene il governo di Romano Prodi. Fa quel che può, fa quel che deve nell'interesse del "Capo". In estate, incontra il senatore Pietro Fuda, un transfuga di Forza Italia, oggi nel Partito Democratico Meridionale di Agazio Loiero che sostiene il centro-sinistra. Dell'esito del colloquio, Saccà riferisce a Pietro Pilello, un commercialista calabrese con studio a Milano con molti incarichi in società pubbliche (Metropolitana Milanese, Finlombarda), presidente dei sindaci di Rai International dal 2003 al 2006, oggi ancora sindaco di Rai Way. Dice Saccà: "Fuda vuol far sapere al Capo che il suo cuore batte sempre a destra, anche se è costretto a stare oggi a sinistra e che comunque se gli dovessero toccare gli interessi e le cose sue, il Cavaliere deve starne certo: Fuda gli darà un aiuto in Parlamento". Saccà e Pilello affrontano di concerto (e ne discutono al telefono) l'abbordaggio del senatore Nino Randazzo. Il commercialista assume informazioni sullo stato economico dell'eletto per il centro-sinistra in Oceania. Ne riferisce a Berlusconi che lo convoca ad Arcore. Si può presumere che il commercialista riceva l'incarico di accompagnare Randazzo da Berlusconi.

Dopo qualche tempo, gli investigatori filmano l'arrivo di Pilello all'aeroporto di Roma; l'auto con i vetri oscurati che lo attende; il percorso fino in città, a largo Argentina, dove è in attesa Randazzo; l'ultimo brevissimo tragitto fino a Palazzo Grazioli. Quel che accade nella residenza romana di Berlusconi lo racconterà il senatore ai pubblici ministeri. Berlusconi lo lusinga. Appare euforico. Vuole conquistare la maggioranza al Senato e dice di essere vicino ad ottenerla. Se Randazzo cambierà cavallo, potrà essere nel prossimo esecutivo o viceministro degli Esteri o sottosegretario con la delega per l'Oceania (al senatore Edoardo Pollastri eletto in Brasile, aggiunge Randazzo, viene invece promessa la delega come sottosegretario al Sud-America). L'elenco dei benefit offerti non finisce qui. Randazzo sarebbe stato il numero 2, appena dietro Berlusconi, nella lista nazionale alle prossime elezioni e l'intera campagna elettorale sarebbe stata pagata dal Cavaliere.

Randazzo è scosso da quelle proposte. Ricorda ai pubblici ministeri un bizzarro episodio che gli era occorso in estate, in luglio. Passeggiava nella Galleria Sordi, in piazza Colonna a Roma. Come d'incanto, come apparso dal nulla, si ritrova accanto un imprenditore australiano, Nick Scavi. L'uomo lo apostrofa così: "Voglio offrirti la possibilità di diventare milionario. Ti darò un assegno in bianco che potrai riempire fino a due milioni di euro". Randazzo rifiuta l'avance. L'altro non cede. Trascorre qualche giorno e lo richiama. Gli chiede se ci ha ripensato. Randazzo non ci ha ripensato. Come Nick Scavi, anche Berlusconi non cede dinanzi al primo rifiuto di Randazzo. Per superare le incertezze, il Cavaliere rassicura il senatore: "Caro Randazzo, le farò un vero e proprio contratto...". Ancora il telefono racconta come vanno poi le cose. Pietro Pilello dice che Berlusconi gli ha chiesto il numero telefonico di Randazzo perché aveva bisogno di parlargli con urgenza. Il senatore conferma durante l'interrogatorio: "E' vero, Berlusconi mi chiamò e mi disse: lei ci ha pensato bene, le carte sono pronte, deve solo venirle a firmarle. Mi basta anche soltanto una piccola assenza". Al Senato un'assenza, con l'esigua maggioranza del centro-sinistra, ha il valore di un voto contrario. "Una piccola assenza" è sufficiente perché, dice Berlusconi, "ho con me Dini e i suoi - che non dovrebbero tradire - e tre dei senatori eletti all'estero". Vanagloria del Cavaliere come quella storia dei "contratti di garanzia"? Forse sì, forse no. E' un fatto che almeno "un contratto" è saltato fuori a Napoli in un'altra indagine che ha come indagato per riciclaggio il senatore Sergio De Gregorio, presidente della commissione Difesa di palazzo Madama (alcuni suoi assegni per 400 mila euro sono stati ritrovati nelle mani di un noto contrabbandiere, Rocco Cafiero).

Durante l'investigazione, è stato sequestrato un contratto, inviato via fax a quanto pare, a firma Sandro Bondi e Sergio De Gregorio in cui si dà conto dell'impegno finanziario concordato tra le parti, delle quote già consegnate e quelle da fornire con cadenza mensile. E' l'accordo stipulato (e noto) tra Forza Italia e l'associazione "Italiani nel mondo" di De Gregorio. Altri accordi, evidentemente, avrebbero dovuto nascere soltanto se i senatori del centro-sinistra avessero voluto.
(fonte: http://www.repubblica.it/2007/12/sezioni/politica/berlusconi-indagato/berlusconi-indagato/berlusconi-indagato.html)

(12 dicembre 2007)

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I verbali sulle intercettazioni telefoniche della GdF su ordine dei pm di Milano
relativi al fallimento della Hdc, svelano i contatti tra i vertici Rai e Mediaset

"Consulto Del Noce-Rossella sulle elezioni"
"Dati brutti, Cattaneo ora tenta di ritardarli"

La morte del Papa. Il primo aprile 2005 il mondo è con il fiato sospeso. L'agonia di Giovanni Paolo II sembra essere giunta alla fine. E nelle redazioni giornalistiche cresce l'ansia per non farsi cogliere impreparati all'appuntamento con un evento storico. Tanto più che in Italia l'avvenimento potrebbe avere riflessi anche sulle elezioni che si svolgeranno il 3 e 4 aprile. I brogliacci delle intercettazioni telefoniche eseguite dalla Guardia di Finanza su ordine dei pm di Milano Laura Pedio e Roberto Pellicano e relativi al fallimento della Hdc, svelano come quei giorni furono vissuti freneticamente alla Rai.

Alla notizia del peggioramento delle condizioni del pontefice i responsabili del palinsesto di viale Mazzini, Carlo Nardello e Deborah Bergamini, si muovono per cambiare la programmazione. E per farlo, nel pomeriggio, la Bergamini non esita a contattare Mauro Crippa, il suo omologo nell'organigramma Mediaset. Poi, alle 21 e 49, telefona a un tale "Vale", che potrebbe essere Valentino Valentini, assistente del Cavaliere. E tre minuti dopo a Fabrizio (forse il direttore di Raiuno Del Noce, appuntano i militari del Nucleo regionale delle Fiamme Gialle): "Debora lo avverte che Ciampi sta preparando un messaggio a reti unificate da mandare in onda alla morte del Papa. Debora gli riferisce di aver avvertito Berlusconi. Debora gli dice che Berlusconi pensa che questo metterà in buona luce Ciampi e avrebbe considerato l'ipotesi di rilasciare anche lui delle dichiarazioni".

Il 2 aprile, intorno a mezzogiorno, una donna contatta la Bergamini: "Le due si lamentano di una persona alla quale non riescono a spiegare che bisogna dare un senso di normalità alla gente al di là della morte del papa per evitare forte astensionismo alle elezioni. Il telefono della chiamante è intestato alla Rai". Lo stesso giorno, alle 14.31, un non meglio identificato Silvio per Debora: "Le dice che domani sarà a Roma per votare. Debora gli spiega i propri impegni. L'uomo dice di avere paura per le elezioni e del probabile forte astensionismo dei cattolici. Debora lo informa che Ciampi ha preparato un messaggio da mandare in onda al reti unificate. I due dicono che Berlusconi non sarebbe credibile se rilasciasse delle dichiarazioni. I due pensano che Letta e Fini lo sarebbero di più ma loro non possono trasmettere propri messaggi a reti unificate. Debora avrebbe dato parere negativo a Berlusconi sulla sua comparsa in tv".

Le elezioni amministrative. Poco dopo le 15 di quel complicato 2 aprile in cui poco prima delle 22 l'agenzia Ansa batterà la notizia della scomparsa di Giovanni Paolo II, Debora e Benito Benassi, vicedirettore marketing Rai, iniziano a pianificare la strategia mediatica per gestire al meglio le elezioni. Debora "dice che Cattaneo ha chiesto di condividere i loro pareri con quelli di Vespa al quale avrebbero chiesto di non confrontare i voti attuali con quelli delle scorse regionali". Alle 16 ancora Debora per Benito. "Gli dice che Nardello è molto nervoso. Benito ha intuito che il d. g. (Flavio Cattaneo-ndr) vuole che nella rappresentazione dei risultati elettorali si faccia più confusione possibile per camuffare la loro portata". Alle 17 la temperatura sale, come la sensazione che per la Casa delle Libertà le imminenti elezioni si tramuteranno in una sconfitta. Debora chiama Del Noce: "Lo informa della programmazione televisiva di Canale 5. Del Noce dice di aver parlato con Rossella. Debora dice di aver parlato con Mauro Crippa di Mediaset".

Alle 18 e 30 Del Noce telefona alla Bergamini: "Le comunica che Vespa ha parlato con Rossella. Del Noce le riferisce che Vespa accennerà in trasmissione "al Dottore" (ndr, Silvio Berlusconi) ad ogni occasione opportuna"". Un minuto dopo Debora contatta nuovamente Crippa: "Parlano dei rispettivi palinsesti". Alle 21 e 37 l'annuncio della morte del Papa. Le comunicazioni a Saxa Rubra apparentemente si placano nella notte. All'indomani, domenica 3 aprile, i seggi vengono aperti. Intorno alle 14, Del Noce telefona a Debora: "Parlano dell'affluenza degli elettori alle urne e degli exit poll. La Bergamini pensa che i dati seri si avranno dalle 21.00 in avanti. I due parlano male di Mazza (direttore del Tg2-ndr). I due accennano al gioco di squadra tra Mimun e Rossella".

Poco dopo Debora è al telefono con una donna: "Parlano della variazione dei palinsesti a seguito della morte del Papa. La donna vive a Roma. Parlano del ritorno di immagine negativo della presenza di Berlusconi alla trasmissione televisiva di venerdì 1.4.05".

Alle 17 è il consigliere Rai Angelo Petroni a fare squillare il telefono sempre più incandescente di Debora: "Voleva chiederle notizie dei sondaggi. Debora dice di aspettare dati attendibili dopo le 18.30". Le telefonate si susseguono velocemente. Benito a Debora: "Le dice che i dati sulle elezioni sono abbastanza disomogenei e che quindi i suoi dati non sono del tutto attendibili (ore 20.00 circa). Benito dice che l'Udc ha comprato voti in Calabria". Alle 21.29, l'allora notista politico del Tg1 Francesco Pionati, oggi senatore dell'Udc, per Debora Bergamini: "Parlano dei sondaggi elettorali e delle ripercussioni delle elezioni sull'azienda Rai. Pionati si raccomanda a Berlusconi tramite la Bergamini".

La mattina di lunedì 4 aprile il nervosismo è palpabile. Poco dopo le 10 del mattino una certa Linda per Debora: "Linda le passa Niccolò Querci, parlano del lutto nazionale e della programmazione televisiva. Debbi dice che loro fanno la prima serata sul Due (per le elezioni) e quindi gli chiede di mettere una cosa forte in prima serata su Canale 5. Si risentiranno tra un quarto d'ora". Alle 18.51 è il direttore generale a scendere direttamente in campo. Tenta la mossa della vita, negare l'innegabile: "Cattaneo per Bergamini dice di aver parlato con Bonaiuti che era con Piersilvio, ma lui sta tenendo duro anche con gli altri dicendo che non è il caso di mandare in onda i dati. Cattaneo dice che sta rompendo i coglioni Follini, ma prima o poi dovranno dare i dati. Cattaneo dice che terranno più duro possibile".

Alle 19.30, arriva la telefonata direttamente da Arcore. È "Berlusconi per Bergamini". Cosa si dicono resta un mistero, perché il brogliaccio non può riportare le parole di un deputato, quale è appunto Berlusconi. Ma sull'altro fronte Cattaneo non demorde: "Dice che deve essere Nexus a dire che non ha i dati nazionali, non la Rai. Bergamini conferma che non li produrrà Nexus. Bergamini dice che alle dieci e trenta poi il Tg3 potrà dare i dati che vuole. Cattaneo dice che anche Vespa fa la serata elettorale e la Bergamini sostiene che "tanto Vespa è Vespa"".

Alle 20.38 la linea Cattaneo sembra incredibilmente prevalere. Benito per Bergamini: "Parlano dei dati elettorali che sono dannosi per uno schieramento e quindi è meglio non darli a Vespa". Alle 22.39 viene sancita la Caporetto. Una nota dell'Ansa ufficializza i dati: "Regionali: Unione verso l'11 a 2. Prodi: l'Italia ci chiede di governare. Follini: una sconfitta su cui riflettere".

Il mattino successivo lo smarrimento all'interno dei vertici di viale Mazzini prosegue mestamente. Questa volta è la direzione del Tg1 per Deborah: "La segretaria gli passa il dottor Mimun Clemente; continuano a parlare della sconfitta di Berlusconi". Alle 10.50 si pensa al rimedio. Un uomo per Debbi: "Dice di aver parlato con Paolo, l'uomo dice che il Cavaliere deve riconquistare il rapporto con il paese senza più vendere fumo. Parlano di dati economici e che i problemi grossi sono al Sud". Alle 13.19 Debbi per una donna: "Commentano lo stato d'animo del premier e la donna dice che dovrebbero andare via molte persone, la donna dice che dovrebbe migliorare la condizione di vita degli italiani". Intorno alle 22 di martedì 5 aprile, la notizia della presenza di Berlusconi a Ballarò, la trasmissione di Rai Tre, coglie tutti di sorpresa: "Ma è pazzo?", si chiedono in viale Mazzini.

Il 7, intorno alle 11, tale Riccardo contatta Debora per proporre drastiche soluzioni: "Parlano di politica e Riccardo dice che bisogna cambiare il portavoce di Berlusconi e Debbi risponde che è d'accordo, bisogna cambiare il modo di comunicare".

L'8 aprile un altro sconosciuto per Debora: "Commentano che ormai sono in mano ai comunisti, poi Debora dice che si devono vedere ed insiste che lui vada da lei. L'uomo dice che ha letto i giornali e gli chiede come sta il suo ex capo (parlano di politica); dicono che devono produrre una cosa scritta e seria. L'uomo parla del suo lavoro. Debora dice di andare a pranzo con Comanducci e Del Noce". Intorno a mezzogiorno un uomo contatta la Bergamini. "Parlano del fatto che Berlusconi è stato inquadrato pochissimo dalle telecamere presenti al funerale del Papa. E fanno commenti sul cerimoniale e sui capi di Stato".

Il Festival di Sanremo. Le incursioni del gruppo Mediaset nella sfera della Rai non si limitano a eventi che possono oscurare l'immagine del Cavaliere. Vanno oltre. Il 24 agosto 2004, per esempio, Querci, top manager di Rti, parla con un uomo di Bonolis, "che ha detto di non capire nulla di musica anche se è stato nominato direttore artistico di Sanremo". Non ci sono problemi. Ci pensa Querci. "Nicolò dice che in relazione a Sanremo ha avuto delle idee e che vuole comunicare all'uomo. Nicolò, tuttavia, dice che la cosa comunque non deve sapersi in giro". Sanremo è sempre Sanremo.
(fonte: http://www.repubblica.it/2007/11/sezioni/cronaca/media-rai/del-noce-rossella/del-noce-rossella.html)

(21 novembre 2007)

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Luttazzi intervista Travaglio a Satyricon


La famosa e discussa intervista (14 Marzo 2001) che rappresenta il reale motivo della sospensione, nei mesi successivi, di Satyricon e l'espulsione di Luttazzi dalla Rai.
Daniele Luttazzi invitò Marco Travaglio a discutere del suo nuovo libro "L'odore dei soldi", scritto insieme ad Elio Veltri, nel quale sono riportati documenti, dichiarazioni, atti provenienti da indagini...ecc, relativi ad argomenti che interessano principalmente Silvio Berlusconi, Marcello Dell'Utri, Vittorio Mangano e la Mafia, gli strani movimenti finanziari delle holding di Berlusconi, il perenne conflitto di interessi di quest'ultimo nel caso divenisse Primo Ministro (cosa che avvenne l'11 Giugno del 2001), l'intervista-video di Paolo Borsellino (postuma) nella quale vengono citati gli stretti rapporti tra Mangano e Dell'Utri, ma soprattutto il ruolo del primo nell'organizzazione di Cosa Nostra.
Berlusconi denunciò sia Luttazzi che Travaglio per diffamazione, richiedendo un risarcimento di circa 20 miliardi di lire, il processo si concluderà nell'ottobre del 2005 con un'assoluzione e l'obbligo per Silvio Berlusconi al pagamento di 100.000 euro di spese legali.
Infine il 6 febbraio 2006 la domanda di risarcimento per diffamazione a mezzo stampa (10.000.000 €) fatta da Berlusconi nei confronti degli autori del libro e alla casa editrice viene respinta dal Tribunale Civile di Roma, Sezione Prima, con l'obbligo di pagamento per 15.000 € di spese processuali a carico del querelante.

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Caso "Satyricon", chiesti da Berlusconi 20 mld di risarcimento
per aver "devastato l'immagine di politico e di imprenditore"

Luttazzi e Travaglio assolti
"Berlusconi non fu diffamato"

ROMA - Condannato. Silvio Berlusconi aveva chiesto un risarcimento di 20 miliardi del vecchio conio, come direbbe Bonolis, a quel diavolo di Marco Travaglio, colpevole, in associazione a delinquere con l'attualmente desaparecido Rai Daniele Luttazzi, di averlo offeso, anzi di aver "letteralmente devastato - si legge nella querela - la sua immagine di politico e di imprenditore".

Ma il giudice ha deciso diversamente e ha condannato il capo del governo a pagare le spese legali nell'ordine di centomila euro. Ne dà notizia lo stesso Travaglio, molto sollevato all'idea di non dover versare a rate, per il resto dei suoi giorni, la cifra richiesta dagli avvocati del Cavaliere. E ora i fatti, come si dice in gergo d'aula.

Era il 14 marzo del 2001, un mercoledì sera. Su Raidue andava in onda Satyricon, direttore di rete Carlo Freccero, produttore Bibi Ballandi (anche loro denunciati in sede civile). Luttazzi chiama Travaglio a parlare del suo libro, "L'odore dei soldi", scritto a quattro mani con Elio Veltri. Storia non autorizzata sulle origini delle fortune economiche di Berlusconi, sui segreti meccanismi finanziari che portarono alla nascita della Fininvest, sullo strano arrivo, ad Arcore, dello stalliere mafioso Vittorio Mangano. Minuti televisivi senza filtro.

Luttazzi chiede, Travaglio risponde, con documenti e atti che ha usato per scrivere. Da dove ha preso Berlusconi i miliardi per cominciare? Perché ha ospitato un boss, poi condannato a due ergastoli, a casa sua? Perché la Rai ha sempre scansato l'ultima intervista di Paolo Borsellino, acquisita da chi indaga sulle stragi di Capaci, via D'Amelio e degli Uffizi? Intervista nella quale, spiega Travaglio, il magistrato parla dell'interesse della procura di Palermo per Berlusconi, Dell'Utri e Mangano?

"Ignobile attacco al capo dell'opposizione, libercolo diffamatorio": Berlusconi s'infuria, querela, fa querelare. Partono dieci cause che sarebbero in realtà cinque raddoppiate, una per la trasmissione e una per il libro, moltiplicate appunto per cinque. La Fininvest di Aldo Bonomo chiede cinque miliardi, Mediaset di Confalonieri si aggrega. Querelano anche Giulio Tremonti, citato perché la sua legge avrebbe garantito 243 miliardi di sgravi a Mediaset, e Forza Italia, partito offeso del leader offeso. In tutto le richieste di risarcimento ammontano a 150 miliardi di vecchie lire.

Pochi giorni fa, in sordina, la decisione del giudice, a breve la motivazione della sentenza. Travaglio, che ha appena finito di risarcire Previti per una causa persa ("Un problema di avvocato"), si dice "contento, molto contento": "Nel mio libro non dicevo niente di nuovo, mi sono limitato a riordinare documenti. Non abbiamo danneggiato nessuno perché non abbiamo mentito. Le querele sono partite solo per spaventarci. Io ho scritto acqua fresca rispetto a quel che si legge nella sentenza Dell'Utri dell'anno scorso.

Berlusconi è stato condannato in sede civile, dovrà pagare le spese legali. E' un passaggio importante. Con questa, ho vinto tre cause su dieci. Me ne rimangono altre sette...". Travaglio sta preparando un altro libro. Si chiama "Inciucio". Avverte: "Questa volta s'incazzerà anche la sinistra".
(fonte: http://www.repubblica.it/2005/j/sezioni/politica/lutra/lutra/lutra.html)

(20 ottobre 2005)

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L'editto bulgaro di Silvio Berlusconi


Il termine editto bulgaro nasce in seguito alle dichiarazioni di Silvio Berlusconi durante una conferenza stampa da Sofia (Bulgaria), dove era in visita ufficiale.
In quella occasione asserì: "L'uso che Biagi, come si chiama quell'altro...? Santoro, ma l'altro... Luttazzi, hanno fatto della televisione pubblica, pagata coi soldi di tutti, è un uso criminoso. E io credo che sia un preciso dovere da parte della nuova dirigenza di non permettere più che questo avvenga."
Il tutto nasceva in realtà da argomenti trattati dai suddetti giornalisti e conduttori televisivi, scomodi e pericolosi per lui e per la sua politica.
Celebre è il caso Luttazzi, nella cui trasmissione si affrontavano temi come: il suo passato imprenditoriale, il conflitto di interessi, i contatti tra il gruppo Berlusconi e la Mafia ricordandone le varie inchieste, ecc...
Fatto sta che di lì a poco Michele Santoro, Enzo Biagi e Daniele Luttazzi furono espulsi dalla Rai, nelle motivazioni ufficiali si parla di revisione dei palinsesti.
In conclusione nelle varie cause intentate contro gli "scomodi", sono sempre state riconosciute, dai giudici, le loro affermazioni come contingenti, basate su fatti veri tramite la verifica di fonti.
Rientra nel novero dei personaggi censurati dalla Rai anche Sabina Guzzanti il cui programma "Raiot" fu soppresso dopo solo una puntata (ricevette una querela da Mediset per diffamazione, ma la sentenza diede ragione alla Guzzanti).
Secondo Flavio Cattaneo la trasmissione non era classificabile come "satira", era piuttosto un comizio politico e violava le regole del pluralismo dell'informazione poichè non offriva spazio ad eventuali repliche.

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Editto bulgaro (Articolo completo di relative fonti: http://it.wikipedia.org/wiki/Editto_bulgaro)
La locuzione editto bulgaro (chiamato anche editto di Sofia, diktat bulgaro o ukase bulgaro) è utilizzata nel dibattito politico italiano per indicare la serie di vicende seguite a una dichiarazione rilasciata il 18 aprile 2002 dall'allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, durante una conferenza stampa in occasione di una visita ufficiale a Sofia, dichiarazione ribattezzata poi, dal giornalista Simone Collini de L'Unità, "diktat bulgaro".

Nella dichiarazione, Berlusconi, denunciò quello che, a suo dire, era stato un «uso criminoso» della tv pubblica da parte dei giornalisti Enzo Biagi e Michele Santoro e dell'autore satirico Daniele Luttazzi, affermando successivamente che sarebbe stato «un preciso dovere della nuova dirigenza» RAI non permettere più il ripetersi di tali eventi.

L'affermazione venne interpretata dall'opposizione e da una parte dell'opinione pubblica, come un auspicio per l'allontanamento dei tre dalla RAI; che lo fosse o meno, i tre effettivamente dopo poco non lavoreranno più nella RAI alla quale solo Santoro e Biagi hanno fatto ritorno a diversi anni di distanza (Luttazzi è riapparso in RAI solo per una intervista invitato da Enzo Biagi nel suo ultimo programma televisivo RT).

>>La dichiarazione<<
La fortuna di tale formula espressiva (editto o diktat bulgaro), che l'ha resa così atta alla comunicazione politico giornalistica fino a consolidarla come una vera e propria frase fatta di largo uso nella discussione politica, è certamente legata alla sua innegabile potenza espressiva: i sostantivi "editto" e "diktat" sono utilizzati con l'intento di evocare l'idea di un'imposizione dall'alto o, per il riferimento ad un sistema dittatoriale, di instaurare un parallelismo tra la vicenda e le azioni di controllo e censura della stampa compiute dalla dittatura bulgara sotto il regime Sovietico, così da rafforzare le critiche mosse al governo Berlusconi di attuare politiche di regime. Ciò in quanto, fra l'altro, Silvio Berlusconi era già detentore dell'unico polo televisivo privato di rilievo in Italia.

La dichiarazione originale fu:
« L'uso che Biagi, come si chiama quell'altro...? Santoro, ma l'altro... Luttazzi, hanno fatto della televisione pubblica, pagata coi soldi di tutti, è un uso criminoso. E io credo che sia un preciso dovere da parte della nuova dirigenza di non permettere più che questo avvenga. »
(Silvio Berlusconi, 18 aprile 2002)

La dichiarazione venne immediatamente accolta dall'opposizione come un'intrusione dell'esecutivo nelle decisioni del neoeletto CdA della RAI, allo scopo di allontanare dalla televisione pubblica i giornalisti Enzo Biagi e Michele Santoro ed il comico Daniele Luttazzi. Biagi, Santoro e Luttazzi erano già stati accusati più volte in precedenza dallo stesso Berlusconi di manifesta partigianeria e di aver portato avanti una campagna di attacchi personali verso di lui con un uso indebito del canale pubblico, perfino in campagna elettorale a ridosso delle elezioni del 2001. Secondo tale corrente di pensiero è difficile non leggere le dichiarazioni di Berlusconi ed i conseguenti avvenimenti come un attacco alla libertà di stampa e una subordinazione della RAI al governo, con compromissione della sua funzione di TV di pubblico servizio.

Tale interpretazione della dichiarazione quale ingerenza venne successivamente rafforzata nell'opinione pubblica dopo l'effettiva sospensione dei programmi Sciuscià, Il Fatto e Satyricon, che realizzava di fatto l'allontanamento dei tre personaggi dal video entro pochi mesi dalla dichiarazione incriminata.

L'allontanamento suscitò immediatamente accese critiche in quanto i tre, pur non avendo mai nascosto la loro posizione critica nei confronti del governo Berlusconi, riscuotevano ugualmente una notevole popolarità e i loro programmi ottenevano buoni risultati in termini di share. Inoltre quanto affermato durante le loro trasmissioni non è mai stato contestato nella sostanza: in tutte le cause intentate contro di loro, i diversi giudici hanno riconosciuto che le loro affermazioni erano contingenti e tutte basate su fatti veri.

In realtà, pur essendo questa la prima volta che l'ingerenza politica arrivava così apertamente, in RAI si sono più volte verificati allontanamenti ed interruzioni di trasmissioni per motivi politici.

Ad anni di distanza, nel corso della trasmissione Porta a Porta condotta da Bruno Vespa, Berlusconi asserì che «Quando, a Sofia, ho parlato di Biagi, Santoro e Luttazzi, non pensavo che fossero presenti giornalisti. Altrimenti mi sarei attenuto ad un linguaggio ufficiale». In effetti la frase era stata però pronunciata in una conferenza stampa davanti a duecento giornalisti internazionali al termine di una visita ufficiale alle autorità bulgare, ma né il conduttore né i tre direttori di giornale presenti intervennero per ricordarlo.

>>Il caso Santoro<<
La decisione di sospendere il programma Sciuscià e di non impiegare Michele Santoro nel palinsesto autunnale, venne adottata dopo la seduta del CdA RAI del 30 ottobre 2002, conseguentemente a un procedimento disciplinare interno aperto nei confronti del giornalista per i contenuti di due puntate delle sue trasmissioni: "Sciuscià Edizione Straordinaria" (24 maggio 2002) e un reportage di Sciuscià del 5 agosto 2002.

Dal settembre 2002 la collaborazione di Santoro con la RAI fu sospesa e non più ripresa, e il programma venne sostituito da Excalibur condotto da Antonio Socci, accusato a sua volta di tenere una condotta faziosa di sostegno a Berlusconi e ostile nei confronti dell'opposizione; tale programma fu caratterizzato, per tutta la sua durata, da ascolti molto più bassi rispetto a quelli di Sciuscià.

Nel giugno 2003, relativamente alla causa di lavoro intentata dal giornalista, il tribunale di Roma emanò un'ordinanza in cui impose alla RAI un risarcimento a beneficio di Santoro e il riaffido a quest'ultimo della conduzione di un programma «di approfondimento giornalistico a puntate collocato in prima o in seconda serata con dotazione delle risorse umane, materiali e tecniche, idonee ad assicurare la buona riuscita di esso, in misura equivalente a quella praticata per i programmi precedenti», ordinanza mai recepita, neppure successivamente a un richiamo dell'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, che invitava la RAI «al rispetto dei principi di pluralismo, obiettività, completezza ed imparzialità». La disputa tra la televisione pubblica italiana e Santoro si è protratta fino al 26 gennaio 2005.

Oltre ad un'estemporanea apparizione nella prima puntata del programma televisivo Rockpolitik, condotto da Adriano Celentano, Santoro ha poi ripreso l'attività di conduttore sulla RAI con il programma Anno zero, andato in onda su Rai Due a partire dal 14 settembre 2006.

>>Il caso Luttazzi<<
(Per approfondimenti, vedi la voce Intervista di Marco Travaglio a Satyricon)
La sospensione del programma Satyricon, condotto da Daniele Luttazzi, avvenne nel dicembre 2002 e lo stesso venne sostituito con il programma Bulldozer, contenitore di esibizioni di diversi comici presentato da Federica Panicucci.

Come motivazioni ufficiali delle sospensioni dei programmi di Biagi e Luttazzi furono avocate necessità di revisione dei palinsesti per rendere la RAI competitiva nei confronti della concorrenza, che nelle stesse fasce orarie trasmetteva programmi di successo come Striscia la Notizia. Per quanto riguarda in particolare Satyricon la sospensione era inoltre giustificata, secondo alcuni, come conseguenza delle continue polemiche che avevano coinvolto la trasmissione: nel corso di una puntata Luttazzi aveva infatti annusato un paio di slip indossati dall'attrice Anna Falchi, ospite del programma, mentre in un'altra aveva simulato la coprofagia.

Secondo Luttazzi il vero motivo della sospensione della trasmissione da lui condotta andava, invece, ricercato nel fatto di aver ospitato nel corso di una delle puntate del programma, andata in onda nel corso della campagna elettorale per le elezioni politiche italiane del 2001, il giornalista Marco Travaglio il quale nel corso dell'intervista aveva, tra l'altro, presentato le tesi contenute nel proprio libro sull'origine ignota dei capitali con i quali Berlusconi aveva iniziato la sua attività imprenditoriale. Daniele Luttazzi si riferisce alla vicenda, nei suoi pezzi che la riguardano, come "ukase bulgaro".

Luttazzi tornerà in televisione solo nel 2007 come conduttore della trasmissione Decameron in onda su La7, sospeso dalla programmazione della stessa emittente televisiva nel dicembre 2007 apparentemente a causa di una battuta sarcastica del comico ai danni di Giuliano Ferrara.

Il lancio del programma fu preceduto da uno spot in cui, alla proposta di Santoro di un "contro-ukase" da parte di Prodi o di D'Alema, il comico romagnolo rispondeva sarcasticamente: "Troppo tardi!", sottintendendo che sarebbe sì tornato in TV, ma non in RAI (cosa che Santoro auspicava).

La "ragione ufficiale" del siluramento sarebbe riferibile ad una battuta del comico, dove nella puntata del programma Decameron del 1 dicembre 2007 (il licenziamento è avvenuto una settimana dopo, in occasione di una replica), si parlava di Berlusconi e della guerra in Iraq in questi termini con le sue migliaia di morti: «Ha avuto il coraggio di dire che lui, in fondo, era contrario alla guerra in Iraq». Si è allora chiesto il comico: «Come si fa a sopportare una cosa del genere?». E si è dato una risposta lieve e ironica... Ha spiegato di avere «un proprio sistema»: pensare «a Giuliano Ferrara dentro la vasca da bagno», mentre nella di lui bocca compiono atti fecali, Berlusconi, Dell'Utri, Previti e pure la Santanchè sul finale in versione sadomaso. Secondo Luttazzi è plausibile che la sospensione sia in realtà da imputare all'aver registrato una puntata, la cui messa in onda era prevista per l'8 dicembre, comprendente un monologo di 20 minuti in cui criticava e satireggiava l'enciclica di Benedetto XVI Spe salvi. Inoltre, secondo Marco Travaglio, che l'ha riferito domenica 9 dicembre 2007 a Crozza Italia, trasmessa da La7, l'emittente avrebbe cancellato sia le registrazioni delle cinque puntate trasmesse, sia quelle che sarebbero state inserite nelle puntate future. La direzione de La7, durante la trasmissione stessa, ha però smentito la notizia.

>>Il caso Biagi<<
Biagi decise di replicare la sera stessa dell'editto nella puntata de Il Fatto, dichiarando:
« Il presidente del Consiglio non trova niente di meglio che segnalare tre biechi individui: Santoro, Luttazzi e il sottoscritto. Quale sarebbe il reato? [...] Poi il presidente Berlusconi, siccome non intravede nei tre biechi personaggi pentimento e redenzione, lascerebbe intendere che dovrebbero togliere il disturbo. Signor presidente, dia disposizioni di procedere perché la mia età e il senso di rispetto che ho verso me stesso mi vietano di adeguarmi ai suoi desideri [...]. Sono ancora convinto che perfino in questa azienda (che come giustamente ricorda è di tutti, e quindi vorrà sentire tutte le opinioni) ci sia ancora spazio per la libertà di stampa; sta scritto - dia un'occhiata - nella Costituzione. Lavoro qui in RAI dal 1961, ed è la prima volta che un Presidente del Consiglio decide il palinsesto [...]. Cari telespettatori, questa potrebbe essere l'ultima puntata del Fatto. Dopo 814 trasmissioni, non è il caso di commemorarci. »


Le trasmissioni de Il Fatto proseguirono regolarmente fino alla prima settimana di giugno quando terminò la stagione. La dirigenza RAI decise di cancellare il programma, dopo un lungo tira e molla cominciato già a gennaio, cioè prima dell'editto bulgaro, quando il direttore generale di Rai Uno, Agostino Saccà, si recò alla commissione parlamentare di vigilanza. Egli dichiarò che l'azienda doveva controbattere Striscia la notizia e non poteva permetterselo con una trasmissione di cinque minuti che aveva conosciuto nell'ultimo periodo un calo di 3-4 punti di share. La dichiarazione fu contestata dai commissari del centro-sinistra, durante l'audizione, perché i dati Auditel dichiaravano che il Fatto aveva uno share del 27,92% di media, quasi otto milioni di telespettatori, addirittura superiore alla quota dell'anno prima, che aveva una media del 26,22%.

In seguito, il 17 aprile, furono diffuse le nuove nomine della RAI. Rai Uno venne affidata a Fabrizio Del Noce, in quota Forza Italia, che dichiarò che stava studiando «una soluzione idonea per il Fatto e per Enzo Biagi».

Successivamente, Saccà e Del Noce proposero a Biagi diverse soluzioni alternative per la collocazione de Il Fatto: alle 13:00, dopo il Tg1 delle 12:30 (ipotesi respinta da Biagi: «È troppo presto per approfondire adeguatamente i fatti del giorno»), poi alle 19:50 (ipotesi respinta anche questa: «Peggio della prima! È assurdo fare l'approfondimento prima della notizia»).

Del Noce non confermò alla stampa la presenza del Fatto nei palinsesti, non ancora definitivi per la nuova stagione 2002-2003 e diffusi a maggio. Biagi scrisse al nuovo presidente della RAI, Antonio Baldassarre, già membro della Corte Costituzionale, chiedendo spiegazioni sul suo futuro e se la RAI intendesse rinnovare il suo contratto in scadenza a dicembre. Baldassarre, presentandosi ai telespettatori come «un punto di riferimento per la libertà dentro la RAI», rispose a Biagi che «è e rimarrà una risorsa per l'azienda», facendosi intervistare proprio al Fatto.

Un mese dopo, durante la tradizionale presentazione a Cannes dei palinsesti autunnali della RAI, il Fatto era assente. Alle domande dei giornalisti, la RAI rispose che «Biagi aveva perso appeal».

Il 2 luglio si tenne un incontro fra Enzo Biagi, il regista del Fatto Loris Mazzetti, Fabrizio Del Noce e Agostino Saccà, che era diventato nel frattempo direttore generale della RAI. In questo vertice si decise di sopprimere Il Fatto e di affidare a Biagi una trasmissione in prima serata, con inchieste e temi d'attualità. Inoltre si decise di rinnovare il contratto che legava Biagi alla RAI.

La bozza del contratto arrivò a Biagi solo il 18 settembre, dopo ripetute sollecitazioni da parte di quest'ultimo. Intanto Il Fatto era stato sostituto da un programma comico, con Tullio Solenghi e Massimo Lopez, "Max e Tux". Il nuovo programma precipitò ben presto dal 27 al 18% di share. Del Noce imputò a Biagi il crollo degli ascolti perché «col suo vittimismo ha scatenato verso Rai Uno un accanimento senza precedenti». Biagi decise di lasciare Rai Uno e intavolò, con la mediazione sempre di Loris Mazzetti, trattative con il direttore generale di Rai Tre, Paolo Ruffini, per riprodurre Il Fatto sulla sua rete alle 19:53, dopo il Tg3 e i telegiornali regionali. Alla diffusione della notizia, il presidente RAI Baldassarre dichiarò: «É una bella notizia, ma troppo costosa per Rai Tre».

Il 20 settembre Biagi, in una lettera al direttore generale Saccà, scrisse che se la RAI aveva ancora bisogno di lui (come dichiarato dallo stesso dg) e se questo ostacolo era rappresentato da problemi economici, egli si dichiarava pronto a rinunciare al suo stipendio, accettando quello dell'ultimo giornalista della RAI, purché detto stipendio venisse inviato al parroco di Vidiciatico, un paesino sperduto nelle montagne bolognesi, che gestiva un ospizio per anziani rimasti soli.

Saccà replicò, con una lettera al quotidiano La Repubblica (che stava dando grande risalto alla vicenda), che il programma non poteva essere trasmesso per esigenze pubblicitarie.

Il 26 settembre Saccà inviò ad Enzo Biagi una raccomandata con ricevuta di ritorno, in cui gli spiegava, con toni formali, che Il Fatto era sospeso, così come le trattative fra lui e la RAI; si sarebbe trovato il tempo più in là per fare un nuovo programma, magari dai temi più leggeri.
« Il direttore generale Saccà mi ha mandato la disdetta del contratto con ricevuta di ritorno, che è la cosa che mi offende di più. Io sono stato licenziato con ricevuta di ritorno, perché magari potevo dire "non lo sapevo... ma guarda, mi hanno cacciato via e non me n'ero neanche accorto!". E dalla dirigenza della RAI non ho mai più sentito nessuno. »
(Enzo Biagi dal film Viva Zapatero!)

Pur non essendo il solo metodo possibile, la raccomandata con ricevuta di ritorno è il metodo più frequentemente utilizzato per comunicazioni di questo genere per gli effetti probatori dell'effettiva ricezione della comunicazione stessa ottenuti per mezzo della ricevuta di ritorno.

Biagi, esausto per quell'interminabile tira e molla, offeso per i contenuti di quella raccomandata che secondo la sua interpretazione «lo cacciava ufficialmente dalla RAI», su consiglio delle figlie e di alcuni colleghi, decise di non rinnovare il contratto e di chiudere il legame fra Biagi e la RAI, con una transazione economica, curata dall'avvocato milanese, Salvatore Trifirò. La RAI riconobbe il lungo lavoro di Biagi "al servizio dell'azienda" e pretese che in cambio non lavorasse per nessun'altra rete nazionale per almeno due anni.

L'annuncio della chiusura del contratto provocò polemiche su tutti i giornali e attacchi durissimi ai dirigenti RAI, già sotto assedio per il crollo degli ascolti (che avevano provocato le dimissioni di tre dei cinque membri del Cda). Saccà e Baldassare dichiararono ai giornali che «Biagi non era stato mandato via», che quella era solo un'invenzione dei giornalisti, che Enzo Biagi era il presente, il passato e il futuro della RAI, che «la presenza di voci discordanti dall'attuale maggioranza, com'è appunto quella di Biagi, era fondamentale». Di fronte a queste levate di scudo, Biagi commentò con: «Ma, se allora tutti mi volevano, chi mi ha mandato via?».

Poco dopo, il consigliere d'amministrazione RAI Marcello Veneziani, vicino ad Alleanza Nazionale, dichiarò che Biagi con «quella chiusura del contratto, aveva svenato l'azienda e quindi la smettesse di piagnucolare a destra e a sinistra». Biagi allora rese pubblico il suo contratto di chiusura. La sua liquidazione è la stessa cifra che, successivamente, un giudice stabilirà come risarcimento per Michele Santoro.

Il fatto fu sostituito prima con Max & Tux, una serie di sketch comici muti interpretati da Massimo Lopez e Tullio Solenghi per la regia di Giuseppe Moccia (il Pipolo di Castellano e Pipolo) e Carlo Corbucci: il programma, in onda per alcune settimane, ebbe ascolti ben inferiori a quello di Biagi il che portò, contrariamente agli asseriti obiettivi che avevano portato alla chiusura del programma di Biagi da parte dell'ente radiotelevisivo pubblico, ad un conseguente record di ascolti per Striscia la Notizia. In un'intervista relativa allo scarso successo del programma (che comunque raggiunge picchi di 6/7 milioni di ascoltatori) e alle critiche che ne erano seguite, lo stesso Solenghi ammise che "Striscia viaggia sui nove [milioni di ascoltatori]. Ma Striscia è una corazzata, nessuno di noi aveva l'ambizione di porsi alla pari". Dopo l'esordio del programma Biagi dichiarò che
« Per ora la situazione è piuttosto incerta e ferma: la RAI può proporre e anche comandare ma non e' detto che uno debba accettare ... Mi hanno proposto il venerdì in seconda serata cioè quando tutti sono già partiti per il week end. Mi chiedo perché dovrei accettare dopo tutte le prime serate di successo che abbiamo fatto. D'altra parte quello che non andava è stato già detto in Bulgaria: e infatti né io né Santoro siamo in onda. Personalmente non sono un uomo per tutte le stagioni, non è obbligatorio andare in onda »
(Dichiarazioni di Enzo Biagi il giorno successivo al primo episodio di Max & Tux)

In seguito quella fascia oraria fu occupata per un breve periodo da La zingara, quiz condotto da Cloris Brosca, dal dicembre 2002 da Il Castello condotto alternativamente da Pippo Baudo, Carlo Conti e Mara Venier e, infine, nell'autunno del 2003, da Affari tuoi, programma che registrò un notevole successo tanto da divenire poi uno dei programmi di punta della rete, in grado di battere anche la concorrenza.

Cinque anni dopo i fatti, nel 2007 Biagi ritornò in RAI con il programma RT-Rotocalco Televisivo. A sorpresa Berlusconi in un'intervista del 23 aprile elogiò il nuovo programma augurando una lunga permanenza in RAI. Fece parziale marcia indietro su quanto accaduto anni prima dichiarando:
« Io non ho mai detto che Biagi e gli altri non dovessero continuare in RAI. Io ho detto che non dovevano utilizzare la RAI per fare trasmissioni faziose. Forse ho calcato la mano ma il servizio pubblico è pagato da tutti, anche da chi non la pensa come Biagi o gli altri. »
(Silvio Berlusconi, intervista a Radio anch'io)

All'indomani della morte di Enzo Biagi, avvenuta nel novembre del 2007, Berlusconi ha inoltre dichiarato di aver solo voluto esercitare un diritto di critica sull'utilizzo della tv pubblica e che «Non c'era nessuna intenzione di far uscire dalla televisione e neppure di porre veti alla permanenza in tv di chicchessia». Non si è fatta attendere la replica di Bice Biagi, figlia del giornalista scomparso, la quale ha tenuto a precisare che: «L'editto bulgaro? Certo che c'è stato, c'è qualcuno che ogni tanto ha delle botte di amnesia, mentre mio padre è stato lucido fino alla fine. Il ritorno in RAI è stato l'ultimo regalo che gli ha fatto qualcun'altro che si è mosso».

Più recentemente nel 2008 Berlusconi è tornato sull'argomento, dichiarando:
« Mi sono battuto perché Enzo Biagi non lasciasse la televisione, ma alla fine prevalse in Biagi il desiderio di poter essere liquidato con un compenso molto elevato».


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Berlusconi al Parlamento europeo


L'incredibile performance di Silvio Berlusconi, come presidente di turno al Parlamento europeo, che in quel giorno pensava di essere in Italia.
L'eurodeputato Martin Schulz pone al centro della discussione alcune questioni riguardanti principalmente la giustizia, il conflitto di interessi di Berlusconi, ed accenna alla sua immunità e quella di Marcello Dell'Utri che è presente quel giorno in aula.
Interessante inoltre la seguente frase: "....E adesso in questa sede ci troviamo in una difficile situazione, ogni volta che si parla della presidenza italiana si dice sempre si, però state attenti a non criticare Berlusconi per quello che fa in Italia, perchè non c'entra nulla con il Parlamento Europeo, ma come l'Italia non fa parte dell'Unione Europea?, ed invece c'entra e le dico perchè..."
Silvio, messo di fornte alla realtà, invece di argomenatare e rispondere in modo esaustivo alle domande del collega Schulz, inizia a parlare del sole, dei musei, delle chiese dell'Italia...ma ad un tratto ecco la svolta, Berlusconi si rivolge all'eurodeputato Schulz e parte con un'offesa ingiustificata, immotivata ma soprattutto per nulla ironica: "Signor Schulz so che in Italia c'è un produttore che sta montando un film sui campi di concentramento nazisti, la suggerirò per il ruolo di Kapò".
Quello che succederà da lì in poi provocherà minuto per minuto lo sprofondamento dell'Italia nel più vuoto degli abissi della vergogna.
Da notare come anche Fini in quel momento vorrebbe smaterializzarsi pur di non rimanere seduto vicino al Premier...che come al solito cerca di girare e rigirare la frittata per portare a se tutte le presunte ragioni, accusando addirittura il signor Schulz.
Il resto è consigliabile goderselo nel video completo presente sopra, mai trasmesso nella sua interezza in TV.

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Il Financial Times: "L'ultima di una lunga serie di gaffe"
Liberation: "Ue, Berlusconi manda al tappeto sé stesso"
Berlusconi, lo sconcerto
della stampa internazionale

Il titolo dell'editoriale di Le Monde: "Berlusconi, purtroppo"
ROMA - "Scandalo" è la parola più frequente nei titoli e nei commenti della stampa internazionale sull'esordio di Silvio Berlusconi come presidente di turno dell'Unione europea. Dall'Inghilterra alla Spagna, dalla Francia per finire alla Germania i grandi giornali non hanno potuto ignorare quella che per il Financial Times è "l'ultima di una lunga serie di gaffe", mentre Liberation dalla Francia avverte: "Può fare anche peggio". Per Le Monde, basta il titolo dell'editoriale: "Berlusconi, purtroppo".

I giornali anglosassoni mostrano stupore. L'Herald Tribune parla di "baraonda" provocata da Berlusconi, il Financial Times definisce "oltraggio" la replica del presidente del consiglio italiano al socialdemocratico tedesco Schulz e torna ad indicare "dubbi sull'adeguatezza del primo ministro italiano a guidare l'Europa in un momento tanto difficile". Anche il Wall Street Journal commenta "l'inizio tempestoso" del "fiammeggiante" premier. Secondo il Financial Times, l'episodio di ieri, con tutte le conseguenze, renderà ben più duro il lavoro del semestre di presidenza italiana, visto che il premier "ha insultato non solo la Germania ma l'intero Parlamento europeo" e certamente quanto accaduto "ha oscurato la tanto attesa presentazione delle priorità per il semestre".
L'articolo del quotidiano finanziario prosegue in seconda pagina sotto il titolo: "L'ultima di una lunga serie di gaffe", sottolineando come il premier non abbia avuto l'opportunità di cavarsela come spesso accade con la stampa italiana, dove la frequentazione con i media, dal momento che possiede un impero nel settore, gli consente di sfilarsi dai momenti di imbarazzo. L'humor che Berlusconi ha ostentato mentre rispondeva a Schulz, per il Financial Times, "può essere tollerato a casa, ma ha causato disagio all'estero molte altre volte".

Allarmata la stampa tedesca. Franz Josef Wagner, editorialista della Bild, ha indirizzato una lettera aperta a Berlusconi, in cui esprime apprezzamento per il cibo e il patrimonio culturale italiano, ma dice che il presidente del Consiglio non ha fatto un favore al suo Paese. "Lei, Silvio Berlusconi - scrive - è al momento l'italiano più ricco, più influente, più discusso. Ma gli spaghetti Berlusconi non figureranno in nessun menù. Gli spaghetti Berlusconi non conquisteranno il mondo. Gli spaghetti Berlusconi non hanno un buon sapore". La conservatrice Frankfurter Allgemeine Zeitung teme che per l'Europa si preparino tempi difficili. "Se i mesi a venire - osserva - saranno caratterizzati da attacchi ampi e violenti e da fanatiche campagne di odio, sarà difficile completare il lavoro che attende l'Europa".
Stesso tenore in Francia. "Berlusconi, purtroppo" è il titolo dell'editoriale che Le Monde dedica alla vicenda, e nel quale il quotidiano francese dà ragione a Daniel Cohn-Bendit, secondo il quale il presidente del Consiglio ha ieri confermato "l'immagine di quelli che lo odiano di più". Il giornale francese critica Berlusconi per "l'ironia pesante e del tutto fuori luogo" nei confronti di Schulz. "La diplomazia italiana - si legge - deve adesso tentare di limitare i danni affinché la presidenza italiana dell'Ue non sia un fiasco. Il compito non è facile. A casa sua Silvio Berlusconi può permettersi di far votare leggi su misura per risolvere i suoi affari personali grazie all'enorme maggioranza di cui dispone in parlamento. In Europa - continua l'editoriale - deve fare i conti con partner che apprezzano poco le sue facezie e diffidano di un dilettantismo che può mettere tutta l'Unione in imbarazzo".

"Silvio Berlusconi fa scandalo al Parlamento europeo": così Le Figaro titola la sua corrispondenza sullo scontro di ieri tra il presidente del Consiglio e l'eurodeputato tedesco Schulz a Strasburgo. "I primi passi di Silvio Berlusconi davanti al parlamento di Strasburgo - scrive Le Figaro - hanno dato ragione ai suoi peggiori avversari così come ai più cattivi presagi. Annunciano un semestre italiano di presidenza Ue come minimo avvelenato, se non caotico". "L'autocontrollo non è il forte dell'incandescente Cavaliere", rimarca il quotidiano conservatore, e nella corrispondenza sottolinea come tutto sia scaturito da un "commento aggressivo" dell'eurodeputato tedesco.

"Ue: Berlusconi manda se stesso al tappeto", titola invece Liberation che parla di "scandalo" e di "derapage" in un richiamo in prima pagina e titola "Può fare anche peggio" in un pezzo di appoggio. Dell'incidente si sono occupati stamattina in modo dettagliato anche i due quotidiani finanziari francesi: "Berlusconi fallisce il suo debutto di presidenza europea", scrive La Tribune; "Silvio Berlusconi parte per la tangente dopo aver tentato di rassicurare i suoi partner europei", evidenzia Les Echos.

In Spagna notizie su tutti i giornali ma solo due commenti. "Non vogliamo Berlusconi", proclama il Periodico de Catalunya - secondo quotidiano di Barcellona, vicino all'opposizione socialista - che nell'articolo afferma che "l'Europa non merita di avere un presidente che osa giocare con le parole per dare frivolamente del nazista ad un eurodeputato tedesco, per il semplice fatto che questi aveva criticato la sua politica sull'immigrazione". Per il giornale catalano, "così è iniziato il mandato dell'impresentabile dirigente italiano", con un incidente che dimostra che "Berlusconi incarna precisamente quanto c'è di peggio e di più degradato nella democrazia".

Di tono molto diverso il commento firmato da Alberto Sotillo sul giornale conservatore madrileno ABC (una delle testate europee che hanno pubblicato l'articolo nel quale Berlusconi spiegava le priorità del suo semestre di presidenza dell'Ue) a cominciare dallo stesso titolo: "Non c'è Europa possibile senza la buona educazione". Secondo l'editorialista, "è ingiusto parlare così alla leggera di un rappresentante di una nazione come la Germania, che ha fatto un profondo esame di coscienza" sul suo passato nazista, ma "non è nemmeno molto elegante attaccare l'ideologia di Berlusconi approfittando delle sue cattive maniere".

Quanto ai due principali quotidiani nazionali, El Pais pubblica una foto di Berlusconi a Strasburgo sopra al titolo "Berlusconi debutta nell'Ue con insulti nell' Eurocamera - Il Cavaliere dà del nazista a un deputato socialista tedesco", mentre El Mundo (vicino al governo Aznar) dedica alla notizia un piccolo titolo senza foto in un "box" della sua prima pagina: "Silvio Berlusconi dà del nazista al deputato tedesco Martin Schulz per aver criticato la legge sull'immunità".

Pagine e articoli dedicati all'incidente anche sulla stampa israeliana. Il quotidiano in lingua inglese Jerusalem Post ha aperto la pagina degli esteri con questo titolo, sopra due grandi fotografie di Berlusconi e di Schulz: "I commenti di Berlusconi sul ruolo nazista di un critico tedesco provocano reazioni infuriate". Vistoso il titolo anche sul quotidiano Haaretz nella pagina delle notizie dall'estero: "Berlusconi ha provocato una tempesta all'Europarlamento quando ha detto a un deputato tedesco: sei come un Kapò". Per Maariv, "il discorso di Berlusconi, che doveva marcare in tono festoso l'inizio della presidenza italiana dell'Ue, si è trasformato in un imbarazzante incidente diplomatico".
(fonte: http://www.repubblica.it/online/esteri/semestrequattro/semestrequattro/semestrequattro.html)

(3 luglio 2003)

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